Conversazioni di Spello: l’Ac mette al centro il futuro dei territori più fragili

«Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti». Le parole di Cesare Pavese ne La luna e i falò sembrano scritte apposta per le aree interne italiane, dove il rischio, oggi, non è tanto quello di restare, quanto quello di non avere più un posto da cui andarsene e a cui tornare. C’è infatti un’Italia che rischia di desertificarsi, non tanto per i cambiamenti climatici, quanto per il progressivo abbandono del territorio. È un processo involutivo rapidissimo, che riguarda le cosiddette “aree interne” e che si allarga ormai a fette sempre più vaste del Paese. L’allarme è stato rilanciato sabato 12 settembre dall’Azione cattolica italiana nelle Conversazioni di Spello, organizzate insieme alla rivista culturale Dialoghi e interamente dedicate a questo tema, che la Cei sta ponendo al centro dell’attenzione ecclesiale. Ad aprire la riflessione è stato mons. Felice Accrocca, vescovo di Assisi e componente della nuova Commissione ad hoc istituita dalla Conferenza episcopale: bisogna prendere atto, ha detto, della crescita abnorme delle aree urbane a scapito di quelle più decentrate, un problema aggravato dalla denatalità che colpisce soprattutto le zone meno popolate. Di fronte a una presenza abitativa sempre più esigua, occorre superare gli inutili campanilismi e imparare a fare sistema; e servono, dall’altra parte, politiche che diano finalmente priorità alle periferie e non solo al centro. Articolato l’intervento del sen. Guido Castelli, commissario del Governo alla ricostruzione dei territori colpiti dal terremoto del 2016. Riprendendo le tre parole-chiave scelte per l’incontro (restare, abitare, sperare), Castelli ha rimarcato che la scelta di permanere in un luogo dev’essere libera; ma perché lo sia davvero servono servizi, lavoro, mobilità efficiente, connettività. C’è poi l’aspetto della sicurezza, con la ricostruzione adeguata di case, scuole, chiese ed edifici pubblici: quanto si sta facendo nelle zone colpite dal sisma di dieci anni fa può diventare un modello per tutte le aree interne, per restituire opportunità e fiducia alla gente. Perché la questione non riguarda solo la ricostruzione fisica dei luoghi colpiti da calamità naturali o segnati dall’abbandono, ma la salvaguardia di un tessuto umano che permetta al territorio di tornare davvero a vivere. Un buon esempio, in questo senso, è quello di Fabriano, nelle Marche, dove la buona gestione del post-terremoto del 1997 ha permesso alla città di reggere bene l’urto del sisma del 2016: lo ha raccontato il musicista Diego Trivellini, che con la sua fisarmonica elettronica ha fatto da colonna sonora all’appuntamento. Più che di un “diritto a restare”, ha suggerito nella sua testimonianza Gaetano Gatì, bisognerebbe parlare dei diritti indispensabili perché un cittadino possa davvero vivere in un determinato posto: dall’acqua alla sanità, fino agli altri servizi essenziali. Gatì è cofondatore, a Montebello di Licata, nell’Agrigentino, di un Centro studi che si batte perché i giovani possano immaginare un futuro là dove sono nati, e che ogni anno organizza il festival «Questa è la mia terra» per sensibilizzare opinione pubblica e istituzioni. Dal presidente nazionale dell’Azione cattolica, Giuseppe Notarstefano, è venuta l’assicurazione che l’associazione, con la sua capillarità, continuerà a essere presenza attiva anche nelle zone che più soffrono la marginalità, impegnandosi al tempo stesso a mantenere legami e relazioni con chi è costretto a lasciare il proprio luogo d’origine. Notarstefano ha anche annunciato l’approvazione di un importante finanziamento pubblico per il restauro della chiesa quattrocentesca attigua al convento di San Girolamo di Spello, da tanti anni “casa” dell’Ac. È qui che fratel Carlo Carretto, ricordato con una cerimonia di preghiera guidata dall’assistente generale mons. Claudio Giuliodori, ha saputo irradiare, da un luogo appartato, una luce di speranza che ancora oggi illumina il cammino di tanti credenti. Una metafora perfetta per le aree interne, che nonostante l’isolamento hanno ancora tanto da offrire, e nelle quali affondano le radici del nostro essere popolo: quel “qualcosa di tuo”, per tornare a Pavese, che resta ad aspettarti anche quando sei lontano.

Enzo Romeo

(Il Chiostro)

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Sabato 12 settembre: Conversazioni a Spello. “Restare, Abitare, Sperare – Il cammino della Chiesa e dell’Ac nelle aree interne”

“Ci sono luoghi che rischiano di diventare periferia prima ancora di esserlo geograficamente. Sono i piccoli centri delle aree interne, paesi di montagna e di collina segnati dallo spopolamento, dalla partenza dei giovani, dalla progressiva perdita di servizi e dalla rarefazione delle relazioni. Luoghi nei quali la distanza non si misura soltanto in chilometri, ma nella possibilità concreta di continuare a essere comunità”. È a questa sfida che sono dedicate le Conversazioni a Spello 2026, promosse dall’Azione cattolica italiana, in collaborazione con il Comune di Spello e la rivista “Dialoghi”. L’appuntamento, giunto alla nona edizione, si terrà sabato 12 settembre, alle ore 16, a Casa San Girolamo (in via S. Girolamo 1), e avrà per titolo “Restare, abitare, sperare. Il cammino della Chiesa e dell’Ac nelle aree interne”.

Il pomeriggio di Spello si aprirà con una preghiera sulla tomba di Carlo Carretto, “quasi a sottolineare che ogni riflessione sul territorio nasce da uno sguardo spirituale sulla storia e sulla vita concreta delle persone”.

Il tema “assume un significato particolare – sottolinea l’Ac nazionale – nel decimo anniversario del terremoto del Centro Italia e sarà affrontato anche attraverso la presenza di Guido Castelli, commissario straordinario del Governo alla ricostruzione dei territori colpiti dal sisma del 24 agosto 2016. “La sua partecipazione consentirà di intrecciare la questione della ricostruzione con quella più ampia della rigenerazione dei territori: non soltanto ricostruire edifici, ma creare le condizioni sociali, economiche e relazionali perché le persone possano continuare a vivere e investire nei propri luoghi”.

Al confronto prenderà parte mons. Felice Accrocca, vescovo di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino e di Foligno, mentre i saluti introduttivi saranno affidati a Giuseppe Notarstefano, presidente nazionale dell’Azione cattolica, e a Moreno Landrini, sindaco di Spello. Dopo il confronto è previsto un intervento musicale del fisarmonicista Diego Trivellini e una testimonianza di Gaetano Gatì, co-fondatore del Centro studi Giuseppe Gatì e del Festival “Questa è la mia terra”. A moderare l’incontro sarà Enzo Romeo, direttore di “Dialoghi”. La giornata si concluderà alle 19.30 con un momento conviviale.

La riflessione partirà da una domanda semplice e insieme decisiva: che cosa serve perché un territorio continui a essere vivo? Perché ricostruire una casa, una strada o un edificio pubblico è necessario, ma non sempre sufficiente. Quando chiude una scuola, viene meno un presidio sanitario, scompare un negozio o un giovane è costretto a partire, a impoverirsi non è soltanto l’offerta di servizi, ma la trama quotidiana attraverso cui una comunità riconosce sé stessa.

La prospettiva proposta dalle Conversazioni interpella direttamente anche la Chiesa e l’Azione cattolica. Le aree interne, infatti, non sono soltanto una questione demografica, urbanistica o economica. Sono una questione di legami e di prossimità. La Chiesa è chiamata a non sostituirsi alle istituzioni, ma a custodire e generare comunità, tenere aperti spazi di incontro e partecipazione, accompagnare le persone e contribuire a costruire reti. Per l’Azione cattolica significa interrogarsi su come passare da una logica di semplice presidio di ciò che resta a una capacità di rigenerare comunità, valorizzando le esperienze già presenti e mettendo in relazione istituzioni, realtà sociali, ecclesiali e cittadini.

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Weekend in musica! A ritmo dell’anima, un bene da restituire

Un weekend che sa ancora d’estate quello dal 4 al 6 settembre, che ha visto svolgersi a Casa San Girolamo un incontro sul rapporto tra musica, spiritualità e vita. La pace del chiostro è stata l’ambiente ideale che ha favorito il “lasciare spazio” all’ascolto, di sé stessi e delle armonie che portano verso l’alto. Un’opportunità per ascoltare la brezza leggera che, ad ognuno con la sua misura, riporta alla capacità di creare silenzi capaci di trasformarsi in melodie, le melodie attraverso cui ogni opera di Dio, a suo modo, “canta ciò che Dio è in essa”. Ma cos’è davvero la musica, se non un mezzo privilegiato attraverso cui esprimere la propria interiorità? E l’interiorità di ciascuno di noi diventa anche spiritualità quando si dispone la propria anima al dialogo con Dio. Un dialogo che, nell’arte e in particolare nella musica, diventa un atto creativo e creatore perché rende l’uomo partecipe della creazione, come artefice, dal momento che non crea qualcosa di nuovo, bensì fa nascere bellezza con ciò che è già di per sé creatura. Così, da ciò che “era cosa buona”, nasce ciò che è bello.

È bello poter prendersi del tempo per rileggere la propria vita e scoprirla parte di un grande sparito: la strofa di un canto, forse all’apparenza intricato e composto da elementi che possono sembrare dissonanti tra loro, ma che visto nell’insieme rivela la bellezza e l’armonia che nasce dall’unione di tanti elementi diversi. Elementi combinati all’interno, uniti ai tanti contributi che arrivano e arricchiscono da fuori. La musica che aiuta ad esprimere una spiritualità che si incarna nella vita e si traduce in bellezza. E la bellezza, il bene, va restituito, messo in circolo. Solo così ci si può ritrovare negli altri per guadagnare appieno se stessi. “Di fronte alla sacralità della vita e dell’essere umano, di fronte alle meraviglie dell’universo, l’unico atteggiamento adeguato è quello dello stupore. Da qui, dallo stupore, potrà scaturire l’entusiasmo di cui hanno bisogno gli uomini di oggi e di domani per affrontare e superare le sfide cruciali che si annunciano all’orizzonte. Grazie ad esso l’umanità, dopo ogni smarrimento, potrà ancora rialzarsi e riprendere il suo cammino. In questo senso è stato detto con profonda intuizione che ‘la bellezza salverà il mondo’”.

Giulia & Lucia Lucentini

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Da Pollone (Biella), luogo caro a Piergiorgio Frassati, la visita di una rappresentanza parrocchiale

Il 1° settembre, Giornata per la cura del Creato, a Casa San Girolamo abbiamo accolto un gruppo della parrocchia di Pollone, in provincia di Biella, guidato dal parroco don Luca Bertelli. Lì san Piergiorgio Frassati amava trascorrere le vacanze con la famiglia percorrendo i sentieri e scalando le sue amate montagne. Con il gruppo era presente anche una piccola rappresentanza dell’Acr di Biella in visita ad Assisi, manifestando la voglia e il piacere di conoscere la vita di Carlo Carretto. Santi di ieri e santi di oggi, ma tutti con la bellezza di non essere isolati dal mondo ma, attingendo a una forte spiritualità, hanno saputo incarnare il vangelo nella propria vita a servizio di tutti. Un vero dono per la vita personale e comunitaria di ognuno di noi.

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Bellezza, mitezza, politica, speranza: a Spello una rilettura originale del Cantico delle Creature

Nella suggestiva cornice di una piazzetta medievale che richiama il tempo di san Francesco si è svolta, mercoledì 26 agosto, la presentazione del libro Dalla Terra la Vita. Ecologia integrale e mitezza nel Cantico delle Creature di san Francesco.  Un dialogo tra l’autore del testo, Francesco Del Pizzo, e Stefania Proietti, presidente della Regione Umbria, intervistati dalla giornalista Fabiola Gentili. Circondati dalla bellezza, si è sottolineato come il valore del Cantico delle Creature non può essere relegato alla sua valenza letteraria, di primo testo in volgare, ma nella sua capacità di essere un testo altamente “politico”, perché efficace chiave di lettura per l’oggi sociale, ambientale, civile. Per questo è stata ribadita la necessità di abbandonare una visione “sentimentale ” del Cantico e della figura di Francesco stesso, preferendo un approccio che possa essere, nei diversi ambiti di vita, anche nelle scuole, una lettura etico-sociale che aiuti ciascuno a porsi le domande giuste di fronte alle sfide contemporanee dell’ecologia integrale.

Come è stato sottolineato da entrambi i relatori, Francesco è stato pienamente un uomo del suo tempo in forma radicale ed esigente, ma mite. “Mitezza” è la parola che più ha risuonato nella conversazione perché è la sfida della politica oggi, ma è una sfida per ciascuno di noi. Mitezza non è essere arrendevoli, ma essere capaci di compiere delle scelte, di impegnarsi in ciò che si fa, di incontrare, dialogare e mediare con l’altro, che esso sia un amico o un avversario politico. Ogni giorno ciascuno di noi è chiamato a scegliere la via della mitezza che esige anche una purificazione delle parole, in un dialogo che parte da un riconoscimento e un rispetto reciproco, come avvenne tra Francesco e il Sultano.

Dal dialogo in piazzetta emerge come la mitezza abbracci la speranza in “una via di educazione alla bellezza, al perdono e alla comunione, alla sororità e alla fraternità, all’amicizia sociale invocata da papa Francesco nell’enciclica Fratelli tutti”, come sottolinea la prefazione al testo. In questo contesto non si può non sottolineare la particolarità che il libro includa una versione del Cantico in lingua napoletana realizzata dai detenuti del Centro di Pastorale carceraria di Napoli, uomini che come Francesco, mentre scriveva, sono impossibilitati a vedere la bellezza delle creature che descrivono. Un esempio di attualizzazione e di significazione ancora oggi della radicalità e della potenza del messaggio francescano di ottocento anni fa.

Veronica Rossi

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