Archivi categoria: Il deserto nella città

Rendere gratuito l’amore!

L’amore di Dio è per sua natura universale, casto, equilibrato, santo. Chi è sotto il suo dominio, vive in una pace profonda, ha la visione gerarchizzata delle cose, sa che cos’è la libertà. Ma anche l’amore di Dio, passando nel cuore dell’uomo, deve essere lavorato, coltivato, potato, fecondato; e Dio stesso ne è l’abile e intransigente agricoltore. Soprattutto tale amore deve essere purificato. Che cosa significa purificare l’amore? Significa purificarlo dalle pastoie della sensibilità, dal vischio del gusto; in altri termini, significa renderlo gratuito. Rendere gratuito l’amore! Quale difficile impresa per creature come noi, ripiegate dal peccato su se stesse, chiuse il più delle volte nel loro onnipossente egoismo! Sovente non ci rendiamo conto della profondità del male, che è abissale. Non parlo solo dell’egoismo del ricco che accumula per sé; del violento che sacrifica tutto al proprio godimento; del dittatore che respira l’incenso dovuto solo a Dio. Parlo dell’egoismo dei buoni, delle anime pie, di coloro che sono riusciti, a forza di ginnastica spirituale e di rinunce, a poter dire dinanzi all’altare dell’Onnipotente la superba professione: «Signore, non sono come gli altri uomini». Sì, abbiamo avuto il coraggio, in certi periodi della nostra vita, di crederci diversi dagli altri uomini. E qui sta la menzogna più radicale, dettata dall’egoismo più pericoloso: quello dello spirito. E su tale menzogna il nostro egoismo fa la sua costruzione babelica, riuscendo a servirsi della stessa pietà, della stessa preghiera per soddisfarsi. Ma sovente non basta. Rovesci, malattie, disillusioni, vecchiaia si abbattono come uccelli di rapina sulla povera carcassa che aveva avuto il coraggio di affermare a se stessa: «Signore, non sono come gli altri uomini».

Carlo Carretto

Gesù, eterno presente

«Mentre mangiavano Gesù prese del pane dicendo: “Prendete e mangiate, questo è il mio corpo…”. Poi prendendo una coppa rese grazie e la diede loro dicendo: “Bevetene tutti perché questo è il mio sangue, il sangue del patto, che sarà sparso per la moltitu­dine dei peccati”» (Mt 26,26-28).
Gesù in quell’istante, sull’altare del mondo intero mentre tutta l’umanità gli era potenzialmente attorno, offrirà se stesso vittima innocente al Padre, pagherà per tutti e chiuderà definitivamente il passato. Quel sacrificio che ebbe il suo offertorio nell’ultima cena, che si consumò il giorno dopo sul Calvario e che si ripeterà in ogni messa della storia, sarà l’unico grande valido sacrificio di cui i sacri­fici antichi erano simboli e le future messe “memoriali“.
In un eterno presente, Gesù, che s’era reso solidale nell’Incarnazio­ne con l’umanità intera, assunto il ruolo di Sacerdote Eterno, offrirà se stesso vittima cruenta sul Calvario diventando l’altare del mondo. Que­sto sacrificio, preconizzato nella Pasqua dell’antica legge quale ricordo di un passaggio dalla schiavitù d’Egitto alla libertà della Terra Promessa, divenuto realtà nell’offerta compiuta dall’Agnello di Dio nell’ultima cena e sul Calvario, segnato dal Padre con la risurrezione e ascensione al cielo di Gesù e rinnovantesi in ogni messa fino alla fine dei tempi, rimane l’unico ed eterno sacrificio accettabile da Dio: la grande realtà del cristianesimo, il Patto della nuova alleanza, la sintesi più ineffabile della nostra fede, della nostra speranza e della nostra carità.
Quando Cristo ci tocca col Sacramento noi entriamo nella pie­nezza di Dio. Prendendo parte vivente alla “Cena del Signore“, noi facciamo nostra la volontà di Gesù di radunare l’umanità intera attorno alla mensa del Padre, edificando il suo Corpo Mistico che attingerà la sua finale dimensione dopo l’ultima messa celebrata sulla terra quando si spaccherà il velo della nostra fede e i Redenti saranno ammessi al Banchetto eterno del Cielo.

Carlo Carretto

Preoccupati di amare

Ripeto ancora, dopo aver conosciuto l’azione più sfrenata e la gioia della vita contemplativa nel quadro più sfolgorante del deserto, le parole di sant’Agostino: «Ama e fa’ ciò che vuoi». Non preoccuparti, fratello, di che cosa fare; preoccupati di amare. Non interrogare più il Cielo con ripetuti e inutili: «Qual è la mia strada?»; studiati invece di amare. Amando, scoprirai la tua strada; amando ascolterai la Voce; amando, troverai la pace. È l’amore la perfezione della legge e la regola di ogni vita, la soluzione di ogni problema, lo stimolo di ogni santità. «Ama e fa’ ciò che vuoi». No; non è più possibile fare ciò che voglio quando amo. Quando amo devo fare la volontà dell’amato. Quando amo sono prigioniero dell’amore; e l’amore è tremendo nelle sue esigenze, specie quando questo amore ha per oggetto Dio e un Dio crocifisso. Non posso più fare la volontà mia; debbo fare la volontà di Gesù, che è volontà del Padre. E quando avrò imparato a fare questa volontà, avrò realizzato pienamente la mia vocazione sulla terra e raggiunto il grado della mia perfezione. La volontà di Dio: ecco ciò che regge il mondo, ciò che muove gli astri, ciò che converte i popoli, ciò che chiama alla vita e dona la morte. Che tu sia sulla sabbia in ginocchio ad espiare ad adorare o che tu sia sulla cattedra ad insegnare, che conta se non lo fai nella volontà di Dio? E se la volontà di Dio ti spinge a cercare i poveri o a donare i tuoi averi o a partire per terre lontane, che conta tutto il resto? O se ti chiama a fondare una famiglia, a prendere un impegno nella città terrena, perché dubitare? «In la sua volontade è nostra pace» dice Dante; ed è forse l’espressione più riassuntiva di tutta la nostra dolce dipendenza da Dio.

Carlo Carretto

Contemplazione e povertà sono inseparabili

So che ciò che ho detto sulla povertà è grave e so anche che nel mondo non ho saputo attuarla. Chi ha cambiato il vecchio tavolo di casa sua per un altro insignificante sono io; chi ha vissuto per anni dietro la maschera del piacere agli altri sono io; chi ha speso denari e non solo suoi per le cose non vere sono io. Eppure, nonostante questo, non posso tacere; e ai vecchi amici debbo dirlo: badate alla tentazione delle ricchezze. È molto più grave di quanto appaia oggi ai cristiani benpensanti e semina strage nelle anime, proprio perché si sottovaluta il pericolo o perché, a fin di bene, tutto diventa lecito. La ricchezza è un veleno lento, che colpisce quasi insensibilmente, paralizzando l’anima nel momento esatto della sua maturità. Sono le spine che crescono col grano e che lo soffocano proprio quando comincia a mettere la spiga. Quanti, uomini o donne, anime religiose che pur hanno superato il ben duro scoglio della impurità, si lasciano irretire nella maturità della vita da questo demone vestito bene e di gusti borghesi. Ora che la solitudine e la preghiera mi hanno aiutato a vedere più chiaro, comprendo perché contemplazione e povertà sono inseparabili. Non si può giungere alla intimità con Gesù a Betlemme, con Gesù esule, con Gesù operaio a Nazaret, con Gesù apostolo che non ha ove posare il capo, con Gesù crocifisso, senza aver operato in noi quel distacco dalle cose, da lui così solennemente proclamato e vissuto. Non si giungerà di colpo a questa dolcissima beatitudine della povertà. La vita non ci basterà a realizzarla in pieno; ma è necessario pensarci, riflettere, pregare. Gesù, il Dio dell’impossibile ci aiuterà.

Carlo Carretto

Raggiungi Dio nell’amore

Ed è qui il primo aspetto dello spogliamento. Fin tanto che la mia preghiera resta ancorata al gusto, saranno facili gli alti e i bassi; le depressioni seguiranno gli entusiasmi effimeri. Sarà sufficiente un mal di denti per liquidare tutto il fervore religioso dovuto ad un po’ di estetismo o a un moto di sentimento. «Occorre spogliare la tua preghiera» mi dice il maestro dei novizi. «Occorre semplificare, disintellettualizzare. Mettiti dinanzi a Gesù come un povero: senza idee, ma con fede viva. Rimani immobile in un atto di amore dinanzi al Padre. Non cercare di raggiungere Dio con l’intelligenza: non ci riuscirai mai; raggiungilo nell’amore: ciò è possibile». La battaglia non è facile; perché la natura vuole la sua rivalsa, vuole la sua razione di godimento, e l’unione con Gesù crocifisso è tutt’altra cosa. Dopo qualche ora, o qualche giorno, di questa ginnastica, il corpo si placa. Visto che la volontà gli rifiuta il piacere sensibile, non lo cerca più; diventa passivo. Si addormentano i sensi. Il poco mangiare, il molto vegliare e il pregare con umile insistenza rendono la casa dell’anima una dimora silenziosa pacificata. I sensi dormono. Meglio, come dice san Giovanni della Croce, è «la notte dei sensi» che comincia. Allora la preghiera diventa una cosa seria, anche se dolorosa e arida. Così seria che non se ne può più fare a meno. L’anima entra nel lavoro redentivo di Gesù. Inginocchiato sulla sabbia, dinanzi al rudimentale ostensorio che conteneva Gesù, pensavo al male del mondo: odi, violenze, turpitudini, impurità, menzogne, egoismi, tradimenti, idolatrie, adulteri.

Carlo Carretto